Che nesso c’è tra le emozioni e la leadership efficace?
E’ possibile guidare se stessi e gli altri, pensando di ignorare le dinamiche interne dell’anima?
In questo articolo parleremo di come le emozioni siano una componente basilare dell’individuo e di come essa svolga un ruolo importante nella relazione in genere e nello specifico tra leader e follower.
6 – La relazione leader e follower consapevole del potere delle emozioni
Significa innanzitutto accettare chi ci sta di fronte per quello che é, e nel contempo, tenere conto di un’altro assunto della psicologia junghiana, che a prima vista potrebbe apparire contraddittorio o bizzarro ovvero, che quando troviamo qualcosa di detestabile in qualcuno, in realtà la critica è rivolta, senza esserne consapevoli, anche e soprattutto a quegli aspetti del suo carattere che sono simili ai nostri ma con i quali, o non abbiamo ancora fatto pace, o semplicemente, non sono ancora emersi dal magma caotico ed indifferenziato del nostro inconscio.
Per lungo tempo, si é creduto che bastasse acquisire una buona cultura generale per essere tolleranti, per accettare chi da un punto di vista caratteriale é diverso da noi.
In realtà dietro al rifiuto di accettare una persona o al pregiudizio nei suoi confronti, non c’è soltanto un condizionamento culturale, ma anche e soprattutto un influenza esercitata dal mondo interiore che è rappresentato dalle emozioni.
Tutto ciò che degli altri ci irrita può portarci alla comprensione di noi stessi.
C.G. Jung (psicoanalista)
Anche se questo ragionamento può sembrare assurdo, come é possibile infatti, “che dentro di me ci sia un aspetto che io detesto?“, esso ci appare più comprensibile se pensiamo che, così come un diapason in quiete può risuonare anche quando glie ne viene posto accanto uno che si trova già in stato di vibrazione, parimenti, quando qualcosa di indefinito dell’altro ci dà particolarmente fastidio, è il segnale che ci dovrebbe suggerire che dentro di noi, convive un aspetto molto simile.
E per capire in che modo le emozioni ci condizionino e di come a causa loro, ci relazioniamo con gli altri, per esempio i nostri collaboratori, é importante dare inizio ad una riflessione riguardo il proprio mondo interiore.
Anche quelli più oscuri intendiamoci, di quei lati che la psicoanalisi junghiana definisce la nostra “ombra” e che consiste sia in tutto ciò che ancora non è emerso nella parte conscia, sia da quello che nella letteratura é descritta molto bene dalla figura del personaggio del romanzo “Lo strano caso del dr. Jekyll and del signor Hyde”, dove Hide in inglese, significa appunto, “nascosto”, ovvero, il lato nascosto di chi di giorno curava i malati e salvava le vite, mentre di notte si trasformava in un personaggio sadico e malvagio.
L’uomo sano non tortura gli altri, in genere è chi è stato torturato che diventa torturatore.
C.G. Jung (psicoanalista)
Perché conoscere se stessi è un buon modo per iniziare a comprendere anche gli altri e che ci permette di acquisire col tempo un’altra qualità, talvolta sottovalutata, ma da noi ritenuta altrettanto cruciale in ambito lavorativo.
Stiamo parlando dell’astensione dal giudizio.
L’astensione dal giudizio non è solamente un concetto astratto, ma qualcosa che influisce in maniera determinante e positiva sulla motivazione e quindi sulla prestazione del collaboratore, perché anch’egli e talvolta più di noi, é dotato di empatia e pertanto in grado di “percepire” se abbiamo fiducia di lui o se siamo prevenuti nei suoi confronti.
Ed è importante che questo spirito sia sincero e non costruito, perché nel secondo caso l’incongruenza tra ciò che diciamo e come lo diciamo, verrebbe svelata ed interpretata come un tentativo di manipolazione.
Purtroppo, non é sufficiente frequentare un corso che ci insegna ad entrare in sintonia con l’altro, per esempio mediante tecniche di ricalco posturale, perché, se non siamo eccellenti attori, veniamo subito smascherati dall’inconscio altrui e tutto quello che diciamo, da un certo momento in poi finisce di perdere ogni credibilità.
Anzi, cogliamo l’occasione per riflettere sul fatto che, quand’anche fossimo dei professionisti della recitazione, dobbiamo ammettere per forza di cose che i nostri rapporti con gli altri non sarebbero basati sulla sincerità, ma sull’ipocrisia.
E quindi, estendendo il ragionamento, dovremmo affermare che “in primis” non saremmo onesti con noi stessi e si verrebbe a creare uno scollamento sostanziale tra quello che diamo a vedere e quello che siamo veramente.
Quante volte ci è capitato dire di una persona, all’apparenza simpatica e gentile, dire che “.. però ha un qualcosa che non mi convince”, oppure che ci appare “viscida”, “costruita”, “non genuina” od “inafferrabile”?
Ci farebbe piacere che pensassero le stesse cose anche di noi?
Perché il linguaggio delle emozioni, che si manifesta tramite il linguaggio del corpo, ci tradisce sempre.
Dischiudere a noi stessi il nostro mondo interiore, quello inconscio, ci aiuta a capire chi siamo veramente e quindi a scoprire che, sebbene ogni individuo sia una creatura unica e speciale, siamo tutti “guidati” dalle medesime leggi universali.
Ecco che iniziando a prestare ascolto alle nostre emozioni e a darle sempre più spazio, si fa strada un nuova sensibilità e di conseguenza, comprendiamo quanto esse orientino il modo in cui affrontiamo la vita e fino a che punto esse sono in grado di condizionare le nostre scelte e decisioni.
Anche quelle lavorative.
Esse sono onnipresenti, scelgono per noi durante i nostri acquisti, ma ci guidano senza che ce ne accorgiamo anche nella scelta dei nostri partner, dei nostri collaboratori, dei nostri studi, degli obiettivi che ci poniamo e dei rischi che siamo in grado di assumerci sulla vita o sul lavoro.
Spetta a noi mediante un indulgente lavoro di introspezione renderci consci della loro influenza.
Io non voglio essere alla mercé delle mie emozioni. Io le voglio usare, divertirmi con loro e dominarle.
Oscar Wilde – Il ritratto di Dorian Gray
7 – Il segreto per integrare le emozioni a lavoro? Umiltà, umanità ed umorismo.
Abbiamo qui appena iniziato a scoprire che le emozioni sono un universo complesso ed articolato.
Non basta un breve testo come questo per spalancarne le porte e per intraprendere un cammino verso la scoperta di quanto sia ricco ed articolato il mondo che si cela dentro ciascuno di noi.
Fare questa ricerca é sicuramente impegnativo, ma il risultato sarà certamente appagante.
È vero che scendere negli abissi della nostra anima può darci all’inizio una sensazione di smarrimento.
E’ comprensibile infatti, di aver paura di scoprire che da qualche parte internamente, si annidi magari un signor Hyde, tenuto a bada solo dall’educazione e dall’autocontrollo.
Ma forse, é probabile che il nostro lato scuro non sia poi così sinistro e pericoloso.
Oppure di temere che esista un aspetto del nostro carattere che possa risultare sgradevole alla vista degli altri.
Che poi ci domandiamo se in realtà, sia veramente così..
Pensiamo per esempio a tutte quelle volte che ci siamo stupiti di quando qualcuno si è rivolto a noi dicendoci che eravamo interessanti proprio grazie a quegli aspetti della nostra personalità che invece ci parevano di poco conto, se non addirittura imbarazzanti.
Ma al ritorno da questa ricerca, saremo totalmente rinnovati e rinforzati nella consapevolezza di quello che siamo e valiamo.
Vi invitiamo ad osservare e riflettere infine, che abbiamo evitato consapevolmente di usare il termine “cambiati”.
“Γνῶθι σεαυτόν” – Conosci te stesso
Iscrizione ritrovata presso il tempio di Apollo a Delfi
C’è chi chiama questo percorso, un cammino in discesa, che però non va inteso come un sentiero facile, ma nel senso che esso é più simile all’esplorazione di uno speleologo all’interno della terra ed il cui premio finale sarà il dono dell’umiltà.
Soffermiamoci per un momento su di essa che essendo considerata una virtù, viene assimilata alle cose eteree, celesti ed irraggiungibili, ma che invece, se intesa nel suo significato metaforico, dovrebbe entrare a far parte della cassetta degli attrezzi del leader efficace.
Fatta la premessa che, in questo contesto stiamo privilegiando l’interpretazione figurata rispetto a quella letterale, umiltà deriva etimologicamente dal latino “humilis” cioè basso, vicino al suolo e dal sostantivo “humus” che sta’ per suolo o terra.
Ma questi sono gli stessi vocaboli che fornirebbero la radice al temine umorismo che quindi, metaforicamente parlando, indicherebbe la capacità di vedere con distacco ciò che sta in basso, ciò che c’è sotto o ciò che si nasconde in profondità.
Ecco allora che per umiltà, non si intende quell’attitudine autolesionista che farebbe di noi una persona che ha poca stima di se’, non conscia del proprio valore e dei propri meriti, bensì la consapevolezza che sviluppa colui che, avendo compiuto un viaggio verso il centro della terra interiore, acquisisce una nuova facoltà: l’umanità.
Perché, come dice Manfred Kets De Vries, professore presso l’Harvard Business School, docente presso l’INSEAD, e l’Università di Amsterdam:
«Umiltà, Umanità ed Umorismo, sono le vere doti di un leader.»
Autore: Massimo Biecher
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Sulle ricerche più aggiornate sulla leadership é interessante la rivista periodica Harvard Business Review fondata nel 1922 e gestita dalla Harvard Business School, università che é da sempre fucina di manager nonché studi e libri sull’argomento business, aziende e leadership.

